Scatta e parti per la Sicilia!!!
Volevo segnalare l’iniziativa di Unioncamere Sicilia sul tema DONNE E INNOVAZIONE.
Si tratta di un concorso fotografico promosso all’interno del Progetto “Sintedi 2” (Sistema Integrato Territoriale Donne Imprenditrici), che ha l’obiettivo di promuovere la formazione imprenditoriale delle donne, lo sviluppo dei servizi di assistenza, consulenza tecnica e manageriale a favore dell’imprenditorialità femminile, l’attuazione di iniziative di informazione e di supporto per la diffusione della cultura di impresa tra donne.
Il concorso è dedicato ai fotografi, professionisti e non, di tutto il mondo e ha come tema le donne e l’innovazione tecnologica. Per partecipare è necessario iscrivesi al pool (http://www.flickr.com/groups/concorso_sintedi) e inviare (anche in tempi diversi) massimo tre contributi per ciascun utente. Il regolamento lo trovate sulla pagina principale del pool.
Tutti i contributi verranno proiettati all’interno della mostra che si terrà nel corso della Settimana dell’Innovazione il prossimo 10-14 novembre in Sicilia, mentre solo una loro selezione verrà stampata per l’esposizione. Inoltre, lo “scatto migliore” sarà premiato con una targa e il vincitore sarà ospitato a Palermo per l’evento.
Gli autori delle foto selezionate verranno invitati a inviare la foto in un formato adatto alla stampa e una piccola presentazione (400 caratteri) su se stessi e l’occasione in cui è stata scattata la foto.
La partecipazione alla mostra è gratuita.
I tempi:
10-30 ottobre 2008 – invio contributi
1-7 novembre 2008 – selezione contributi
10-14 novembre 2008 – esposizione all’interno della Settimana dell’Innovazione in Sicilia.
Non perdete, dunque, l’opportunità di esporre i vostri scatti all’interno di questa mostra, e soprattutto non rinunciare all’opportunità di essere ospitato in Sicilia per due giorni!!!
Diffondete il verbo
Co-working
Il CoWorking è la tendenza emergente che sta prendendo piede in tutto il mondo e che sta dando vita a un nuovo modello di lavoro. Come dice la parola stessa, il CoWorking si basa sul lavoro collaborativo e nasce dalle esigenze di persone che svolgono abitualmente “lavori da casa”, professionisti indipendenti o persone che viaggiano spesso e che finiscono per lavorare in un modo solitario. Molte di questi liberi professionisti avvertono la pesantezza del lavoro “isolato” dove i contatti umani si riducono a conversazioni telefoniche e via email, preferendo svolgere il proprio lavoro in luoghi più affollati per aumentare le proprie occasioni di interagire con il mondo esterno.
Si tratta di una rete di spazi operativi aperti alla collaborazione per sviluppatori, scrittori, free-lancer e professionisti indipendenti di varia natura. Nasce dalle esigenze di chi ha bisogno di un collegamento Wi- Fi, una semplice scrivania, uno spazio più isolato per perdersi in conversazioni telefoniche unito alla possibilità di condividere la propria esperienza di lavoro con gli altri. Alcuni CoWorking space sono stati sviluppati da “nomadi della Rete”, soprattutto imprenditori che cercano un’alternativa al lavorare nei caffè, o all’isolamento del lavoro in casa o uffici indipendenti. I CoWork sono essenzialmente dei locali, veri e propri appartamenti o grandi e piccoli loft, con molte postazioni lavoro, i più interessanti non hanno dei divisori tra una scrivania e l’altra ma sono arredati con grandi tavoli dove le persone siedono le une accanto alle altre; c’è uno spazio adibito a cucina, un sala appartata per riunioni e, a seconda dell’idea dei proprietari, vari luoghi per il relax dove la chiacchierata informale e il confronto vengono stimolati; naturalmente un collegamento Wi-Fi, stampante, fax e fotocopiatrice a disposizione. Parliamo quindi non solo uno spazio lavorativo, ma un vero e proprio incubatore sociale. Un ufficio condiviso, a cui si aggiunge la cultura del “caffè”.
Diverse sono le motivazioni che spingono i liberi professionisti a vivere la propria giornata lavorativa in simili strutture. Chi viaggia molto per lavoro trova conveniente e comodo affittare questi spazi per tutto il tempo di permanenza in una determinata città, alcuni lo fanno semplicemente per uscire dall’isolamento della propria casa, altri per aumentare le opportunità di lavoro, tutti perché uniti dallo spirito di condivisione che permea l’atmosfera di questi luoghi.
Il CoWorking permette questo tipo di aggregazione sociale per un gruppo di persone che, pur lavorando indipendentemente, condividono i valori e sono interessati alla sinergia che può capitare lavorando con persone di talento nello stesso spazio. L’idea di lavorare insieme in un unico spazio, ognuno alle prese con le proprie attività, è frutto di un sentore sempre più diffuso, soprattutto tra i creativi, di concepire il lavoro in modo orizzontale, lontano dai tradizionali concetti gerarchicamente piramidali. Gli stimoli creativi arrivano spesso dal confronto con gli altri e quando questo confronto avviene tra persone che fanno della libera professione il proprio mestiere può accadere che da esso nascano nuovi progetti da sviluppare insieme.
Il movimento creato da Bernie[1] è molto di più di una condivisione di spazi, si tratta di collaborazione tra menti creative, capaci di lavorare in modo produttivo ed egualitario. Nessun tipo di rivalità, nessuna competizione, nessuno sgambetto tra colleghi per ricevere le attenzioni del capo, niente raccomandazioni, niente di tutto questo dato che il CoWorking è l’antitesi del lavoro in azienda. I progetti si sviluppano per affinità, non c’è una decisione dall’alto, anche perché non esiste nessun capo, e la cooperazione ha come prerogativa la meritocrazia, concetto spesso sconosciuto nelle realtà lavorative italiane. Inoltre, la pluralità degli spazi favorisce la rotazione, non c’è un’assegnazione ben precisa, ogni giorno chi affitta un posto si siede dove capita; e questo favorisce il movimento fisico e delle menti. Per questo il CoWorking è definito, dallo stesso Bernie, “l’arte della collaborazione online, o meglio del lavorare insieme in modo eguale”.
Un altro punto di forza degli spazi condivisi riguarda l’aspetto economico. Il costo di una postazione varia da una cifra giornaliera che parte da $10 ai $100 o una tariffa mensile che si aggira tra i $150 e i $700, naturalmente la differenza è legata alla collocazione dei CoWork; i più cari sono a New York e a Tokyo.
Girovagando per la rete si trovano degli spazi molto stimolanti a livello creativo, il più interessante è sicuramente la Hat Factory di San Francisco (hatfactory.net), sul sito il gestore presenta il suo locale con un video molto divertente in grado di trasmettere subito lo spirito creativo che si respira in questo luogo. Sono disponibili anche foto degli spazi e un breve profilo degli altri “occupanti” del locale per dare la possibilità agli interessati di collocarsi nelle realtà più vicine ai propri interessi. Molti sono, infatti, i CoWork a tema, in cui viene stimolato il confronto tra professioni simili per aumentare le possibilità di eventuali collaborazioni.
Soprattutto chi svolge un lavoro di tipo creativo sa bene come l’interazione tra realtà complementari sia spesso una condizione indispensabile per la concretizzazione di progetti. Ma i CoWork non sono utilizzati solo da singoli individui, spesso le imprese start-up affittano spazi per avviare la propria attività riducendo notevolmente i costi iniziali di mantenimento di un ufficio.
Grazie alle nuove tecnologie il lavoro sta cambiando, aumentano in modo esponenziale le persone che decidono di crearsi una propria attività e uscire dalla staticità che il lavoro in grosse aziende spesso comporta. Se prima i costi per intraprendere un business proprio erano proibitivi per molti, ora grazie ai servizi che la rete ci offre e a idee come il CoWorking è molto più alla portata di tutte le tasche. L’importante è avere delle buone intuizioni, molta professionalità e una mente libera dai limiti che una visione verticale del lavoro comporta.
[1] Bernie Dekoven, creatore del CoWorking Institute (www.coworking.com)
In principio era il Web…
In principio era il Web (1.0). Statico, lineare, con un suo linguaggio (html), concepito per lo più come strumento di visualizzazione di documenti ipertestuali.
Grazie all’integrazione con database e all’utilizzo di sistemi CSM per la gestione dei contenuti, il web diventa dinamico (Web 1.5) e nascono i forum e i blog, con linguaggi Javascript, elementi dinamici e fogli di stile (CSS) per gli aspetti grafici.
Il passaggio alla seconda fase della rete (Web 2.0) riguarda soprattutto la parte divulgativa, anziché tecnica, dietro questa sigla c’è tutto ciò che Internet sta diventando negli ultimi tempi. Un cambiamento di approccio prima che tecnologico, fatto di valori come partecipazione, centralità dell’utente, syndication, e molto altro.
Oggi come oggi non è necessaria la conoscenza di un linguaggio di programmazione per pubblicare dei contenuti, chiunque può farlo tramite un blog ad esempio. Il punto di arrivo è la tecnologia Wiki (Wikipedia ne rappresenta l’esempio più popolare), in cui l’informazione si fruisce nell’ambiente stesso in cui nasce e dove tutto il ciclo di vita è totalmente gestibile dall’utente stesso.
Ponendo l’utente al centro della produzione e fruizione dell’informazione, viene da chiederci quanto il Web 2.0 possa realmente rappresentare la finalità ultima di ogni PA e della sua concreta possibilità di ripensare in modo orizzontale, e non più verticale, il dialogo con i cittadini. Gli strumenti del 2.0, in mano alle pubbliche amministrazioni, possono davvero avere una funzione di importanza vitale per il rapporto cittadino-istituzione, dallo snellimento della burocrazia all’abbassamento dei prezzi, fino all’ideale spostamento graduale degli sportelli su internet, ponendo sempre come principio basilare la soddisfazione dell’utente. Una homepage a misura di cittadino non solo è fattibile, ma davvero può condensare in sé tutta una serie di servizi fruibili con un click. L’orientamento all’utente in questo contesto, vuol dire feedback continui, dalla fase di progettazione e sviluppo fino alla produzione e condivisione dei saperi, implementando architetture pensate appositamente la partecipazione attiva.
Ma la PA sembra essere ancora concentrata a rincorrere la prima fase d’interattività, perdendo di vista le infinite opportunità offerte dalla dinamicità spiccata derivante dagli apporti degli utenti stessi. Questo spiegherebbe anche l’utilizzo minimo dei servizi interattivi (circa il 9,3% rispetto a un’offerta del 50% solo nell’ambito europeo).
Pubblica Amministrazione e Web 2.0 purtroppo sono due realtà ancora lontane tra di loro, soprattutto in Italia, nonostante siano entrambe finalizzate allo stesso obiettivo: esemplificare i valori della centralità dell’utente.
Questa seconda versione della rete impatta direttamente sui servizi online, dimostrando come queste nuove logiche abbiano un effetto su alcuni degli elementi cardine della PA quali ad esempio la regolazione, la collaborazione interna, la sussidiarietà, l’accountability, la comunicazione interna e il senso di appartenenza e, last but not least, l’usabilità. Per portare un esempio di eccellenza tutto italiano riguardante quest’ultimo aspetto, di grande rilevanza nella rete in generale e nell’ambito dell’e-gov in particolare, possiamo analizzare l’evoluzione seguita dal comune di Torino che ha attivato sul proprio sito una serie di applicazioni che semplificano la navigazione, dalla possibilità di personalizzazione della homepage al nuovo esperimento di Social Tagging (TaggaTO).
Il Comune di Torino ha inoltre allestito una sezione del suo sito totalmente personalizzabile, “Il comune come lo vuoi TO”.
Ecco la loro presentazione: “Presentiamo una nuova, e sperimentale, modalità di lettura delle pagine del sito comunale: l’abbiamo chiamata “il comune come lo vuoi TO” continuando, scherzosamente, la sequela dei nostri servizi che terminano con la sigla di TOrino. Vengono utilizzate le tecniche del cosiddetto Web 2.0, che delineano nuove modalità di fruizione del web e che di certo modificheranno, fra non molto, il modo di consultare le informazioni ed i servizi in rete. Dunque una finestra sul futuro, con tutti i pregi ed i difetti che derivano da tecniche ancora in divenire, compreso un primo normale disorientamento e una certa iniziale difficoltà nell’uso, Aspettiamo i vostri commenti: nel frattempo continueremo ad aggiornare le funzionalità e a migliorare, e correggere grazie alle vostre segnalazioni, quanto già online”.
I box comprendono notizie sulla città, statistiche, meteo locale, webcam, foto, diverse rassegne stampa. A questi si possono aggiungere liberamente feed RSS. Il tutto reso user-friendly grazie ad Ajax. Il comune come lo vuoi TO è in fase di sperimentazione, e al momento costituisce solo una sezione interna del sito ufficiale.
Il caso del Comune di Torino è sicuramente il primo esperimento dichiarato di applicazione di modalità Web 2.0 alla PA in Italia. Di sicuro c’è ancora molta strada da fare, ma è sicuramente un valido esempio e dimostra che se c’è la volontà da parte delle istituzioni, si possono fare grandi passi in avanti. La speranza è, ovviamente, che il percorso intrapreso da Torino faccia da apripista per altri enti locali e nazionali nell’implementare la nuova PA 2.0, pronta ad ascoltare il cittadino.










