Co-working

4 Giugno 2008 at 3:49 pm (Uncategorized) (, )

Il CoWorking è la tendenza emergente che sta prendendo piede in tutto il mondo e che sta dando vita a un nuovo modello di lavoro. Come dice la parola stessa, il CoWorking si basa sul lavoro collaborativo e nasce dalle esigenze di persone che svolgono abitualmente “lavori da casa”, professionisti indipendenti o persone che viaggiano spesso e che finiscono per lavorare in un modo solitario. Molte di questi liberi professionisti avvertono la pesantezza del lavoro “isolato” dove i contatti umani si riducono a conversazioni telefoniche e via email, preferendo svolgere il proprio lavoro in luoghi più affollati per aumentare le proprie occasioni di interagire con il mondo esterno.

Si tratta di una rete di spazi operativi aperti alla collaborazione per sviluppatori, scrittori, free-lancer e professionisti indipendenti di varia natura. Nasce dalle esigenze di chi ha bisogno di un collegamento Wi- Fi, una semplice scrivania, uno spazio più isolato per perdersi in conversazioni telefoniche unito alla possibilità di condividere la propria esperienza di lavoro con gli altri. Alcuni CoWorking space sono stati sviluppati da “nomadi della Rete”, soprattutto imprenditori che cercano un’alternativa al lavorare nei caffè, o all’isolamento del lavoro in casa o uffici indipendenti. I CoWork sono essenzialmente dei locali, veri e propri appartamenti o grandi e piccoli loft, con molte postazioni lavoro, i più interessanti non hanno dei divisori tra una scrivania e l’altra ma sono arredati con grandi tavoli dove le persone siedono le une accanto alle altre; c’è uno spazio adibito a cucina, un sala appartata per riunioni e, a seconda dell’idea dei proprietari, vari luoghi per il relax dove la chiacchierata informale e il confronto vengono stimolati; naturalmente un collegamento Wi-Fi, stampante, fax e fotocopiatrice a disposizione. Parliamo quindi non solo uno spazio lavorativo, ma un vero e proprio incubatore sociale. Un ufficio condiviso, a cui si aggiunge la cultura del “caffè”.

Diverse sono le motivazioni che spingono i liberi professionisti a vivere la propria giornata lavorativa in simili strutture. Chi viaggia molto per lavoro trova conveniente e comodo affittare questi spazi per tutto il tempo di permanenza in una determinata città, alcuni lo fanno semplicemente per uscire dall’isolamento della propria casa, altri per aumentare le opportunità di lavoro, tutti perché uniti dallo spirito di condivisione che permea l’atmosfera di questi luoghi.

Il CoWorking permette questo tipo di aggregazione sociale per un gruppo di persone che, pur lavorando indipendentemente, condividono i valori e sono interessati alla sinergia che può capitare lavorando con persone di talento nello stesso spazio. L’idea di lavorare insieme in un unico spazio, ognuno alle prese con le proprie attività, è frutto di un sentore sempre più diffuso, soprattutto tra i creativi, di concepire il lavoro in modo orizzontale, lontano dai tradizionali concetti gerarchicamente piramidali. Gli stimoli creativi arrivano spesso dal confronto con gli altri e quando questo confronto avviene tra persone che fanno della libera professione il proprio mestiere può accadere che da esso nascano nuovi progetti da sviluppare insieme.

Il movimento creato da Bernie[1] è molto di più di una condivisione di spazi, si tratta di collaborazione tra menti creative, capaci di lavorare in modo produttivo ed egualitario. Nessun tipo di rivalità, nessuna competizione, nessuno sgambetto tra colleghi per ricevere le attenzioni del capo, niente raccomandazioni, niente di tutto questo dato che il CoWorking è l’antitesi del lavoro in azienda. I progetti si sviluppano per affinità, non c’è una decisione dall’alto, anche perché non esiste nessun capo, e la cooperazione ha come prerogativa la meritocrazia, concetto spesso sconosciuto nelle realtà lavorative italiane. Inoltre, la pluralità degli spazi favorisce la rotazione, non c’è un’assegnazione ben precisa, ogni giorno chi affitta un posto si siede dove capita; e questo favorisce il movimento fisico e delle menti. Per questo il CoWorking è definito, dallo stesso Bernie, “l’arte della collaborazione online, o meglio del lavorare insieme in modo eguale”.

Un altro punto di forza degli spazi condivisi riguarda l’aspetto economico. Il costo di una postazione varia da una cifra giornaliera che parte da $10 ai $100 o una tariffa mensile che si aggira tra i $150 e i $700, naturalmente la differenza è legata alla collocazione dei CoWork; i più cari sono a New York e a Tokyo.

Girovagando per la rete si trovano degli spazi molto stimolanti a livello creativo, il più interessante è sicuramente la Hat Factory di San Francisco (hatfactory.net), sul sito il gestore presenta il suo locale con un video molto divertente in grado di trasmettere subito lo spirito creativo che si respira in questo luogo. Sono disponibili anche foto degli spazi e un breve profilo degli altri “occupanti” del locale per dare la possibilità agli interessati di collocarsi nelle realtà più vicine ai propri interessi. Molti sono, infatti, i CoWork a tema, in cui viene stimolato il confronto tra professioni simili per aumentare le possibilità di eventuali collaborazioni.

Soprattutto chi svolge un lavoro di tipo creativo sa bene come l’interazione tra realtà complementari sia spesso una condizione indispensabile per la concretizzazione di progetti. Ma i CoWork non sono utilizzati solo da singoli individui, spesso le imprese start-up affittano spazi per avviare la propria attività riducendo notevolmente i costi iniziali di mantenimento di un ufficio.

Grazie alle nuove tecnologie il lavoro sta cambiando, aumentano in modo esponenziale le persone che decidono di crearsi una propria attività e uscire dalla staticità che il lavoro in grosse aziende spesso comporta. Se prima i costi per intraprendere un business proprio erano proibitivi per molti, ora grazie ai servizi che la rete ci offre e a idee come il CoWorking è molto più alla portata di tutte le tasche. L’importante è avere delle buone intuizioni, molta professionalità e una mente libera dai limiti che una visione verticale del lavoro comporta.


[1] Bernie Dekoven, creatore del CoWorking Institute (www.coworking.com)

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In principio era il Web…

4 Giugno 2008 at 3:36 pm (Uncategorized) (, , )

In principio era il Web (1.0). Statico, lineare, con un suo linguaggio (html), concepito per lo più come strumento di visualizzazione di documenti ipertestuali.

Grazie all’integrazione con database e all’utilizzo di sistemi CSM per la gestione dei contenuti, il web diventa dinamico (Web 1.5) e nascono i forum e i blog, con linguaggi Javascript, elementi dinamici e fogli di stile (CSS) per gli aspetti grafici.

web2Il passaggio alla seconda fase della rete (Web 2.0) riguarda soprattutto la parte divulgativa, anziché tecnica, dietro questa sigla c’è tutto ciò che Internet sta diventando negli ultimi tempi. Un cambiamento di approccio prima che tecnologico, fatto di valori come partecipazione, centralità dell’utente, syndication, e molto altro.

Oggi come oggi non è necessaria la conoscenza di un linguaggio di programmazione per pubblicare dei contenuti, chiunque può farlo tramite un blog ad esempio. Il punto di arrivo è la tecnologia Wiki (Wikipedia ne rappresenta l’esempio più popolare), in cui l’informazione si fruisce nell’ambiente stesso in cui nasce e dove tutto il ciclo di vita è totalmente gestibile dall’utente stesso.

Ponendo l’utente al centro della produzione e fruizione dell’informazione, viene da chiederci quanto il Web 2.0 possa realmente rappresentare la finalità ultima di ogni PA e della sua concreta possibilità di ripensare in modo orizzontale, e non più verticale, il dialogo con i cittadini. Gli strumenti del 2.0, in mano alle pubbliche amministrazioni, possono davvero avere una funzione di importanza vitale per il rapporto cittadino-istituzione, dallo snellimento della burocrazia all’abbassamento dei prezzi, fino all’ideale spostamento graduale degli sportelli su internet, ponendo sempre come principio basilare la soddisfazione dell’utente. Una homepage a misura di cittadino non solo è fattibile, ma davvero può condensare in sé tutta una serie di servizi fruibili con un click. L’orientamento all’utente in questo contesto, vuol dire feedback continui, dalla fase di progettazione e sviluppo fino alla produzione e condivisione dei saperi, implementando architetture pensate appositamente la partecipazione attiva.

Ma la PA sembra essere ancora concentrata a rincorrere la prima fase d’interattività, perdendo di vista le infinite opportunità offerte dalla dinamicità spiccata derivante dagli apporti degli utenti stessi. Questo spiegherebbe anche l’utilizzo minimo dei servizi interattivi (circa il 9,3% rispetto a un’offerta del 50% solo nell’ambito europeo).

Pubblica Amministrazione e Web 2.0 purtroppo sono due realtà ancora lontane tra di loro, soprattutto in Italia, nonostante siano entrambe finalizzate allo stesso obiettivo: esemplificare i valori della centralità dell’utente.

Questa seconda versione della rete impatta direttamente sui servizi online, dimostrando come queste nuove logiche abbiano un effetto su alcuni degli elementi cardine della PA quali ad esempio la regolazione, la collaborazione interna, la sussidiarietà, l’accountability, la comunicazione interna e il senso di appartenenza e, last but not least, l’usabilità. Per portare un esempio di eccellenza tutto italiano riguardante quest’ultimo aspetto, di grande rilevanza nella rete in generale e nell’ambito dell’e-gov in particolare, possiamo analizzare l’evoluzione seguita dal comune di Torino che ha attivato sul proprio sito una serie di applicazioni che semplificano la navigazione, dalla possibilità di personalizzazione della homepage al nuovo esperimento di Social Tagging (TaggaTO).

Il Comune di Torino ha inoltre allestito una sezione del suo sito totalmente personalizzabile, Il comune come lo vuoi TO. Ecco la loro presentazione: “Presentiamo una nuova, e sperimentale, modalità di lettura delle pagine del sito comunale: l’abbiamo chiamata “il comune come lo vuoi TO” continuando, scherzosamente, la sequela dei nostri servizi che terminano con la sigla di TOrino. Vengono utilizzate le tecniche del cosiddetto Web 2.0, che delineano nuove modalità di fruizione del web e che di certo modificheranno, fra non molto, il modo di consultare le informazioni ed i servizi in rete. Dunque una finestra sul futuro, con tutti i pregi ed i difetti che derivano da tecniche ancora in divenire, compreso un primo normale disorientamento e una certa iniziale difficoltà nell’uso, Aspettiamo i vostri commenti: nel frattempo continueremo ad aggiornare le funzionalità e a migliorare, e correggere grazie alle vostre segnalazioni, quanto già online”.

I box comprendono notizie sulla città, statistiche, meteo locale, webcam, foto, diverse rassegne stampa. A questi si possono aggiungere liberamente feed RSS. Il tutto reso user-friendly grazie ad Ajax. Il comune come lo vuoi TO è in fase di sperimentazione, e al momento costituisce solo una sezione interna del sito ufficiale.

Il caso del Comune di Torino è sicuramente il primo esperimento dichiarato di applicazione di modalità Web 2.0 alla PA in Italia. Di sicuro c’è ancora molta strada da fare, ma è sicuramente un valido esempio e dimostra che se c’è la volontà da parte delle istituzioni, si possono fare grandi passi in avanti. La speranza è, ovviamente, che il percorso intrapreso da Torino faccia da apripista per altri enti locali e nazionali nell’implementare la nuova PA 2.0, pronta ad ascoltare il cittadino.

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Eco e Narciso

4 Giugno 2008 at 3:17 pm (Uncategorized) (, , )

Per le terre della Beozia corrono le acque di Cefiso, dio e fiume. Nessuna ninfa poteva passeggiare lungo i suoi margini perché l’insaziabile Cefiso, non appena le vedeva, tentava di avvolgerle nel suo torrente. Così successe con l’oceanina Liriope che, in un giorno d’estate, passeggiava spensierata lungo il fiume quando, improvvisamente, le acque si ersero, l’allacciarono in un abbraccio e la possedettero con repentina passione.Per mesi, la povera Liriope portò dentro sé il frutto di quell’amore non desiderato. Nonostante ciò, quando suo figlio nacque, l’espressione del viso di Liriope cambiò e si riempì di gioia e allegria.
Il bambino si chiamò Narciso (Narkissos) ed era bellissimo.
Liriope, ansiosa di conoscere il suo futuro, andò alla ricerca dell’indovino cieco Tiresia, il quale così si pronunciò: “Avrà una lunga vita, finché non arriverà a osservarsi”. Nessuno capì allora le misteriose parole del veggente tebano…

Il poderoso Zeus si trovava relegato sull’Olimpo a causa della stretta sorveglianza della gelosa moglie Era. Stanco di questa situazione, Zeus si mise alla ricerca della ninfa Eco, parlatrice affascinante famosa nell’arte del conversare, e si servì di lei per tenere a bada Era tutte le volte ch’egli s’incapricciava di qualche bella mortale. Eco non poté rifiutare. Fu così che conobbe Era, conquistando subito la sua stima e fiducia, tenendole compagnia e raccontandole un’infinità di storie di ninfe e mortali. Per lungo tempo, i racconti di Eco riuscirono a distrarre Era dagli spostamenti di suo marito. Ma un giorno, la dea iniziò a sospettare e, accortasi d’essere un suo zimbello, la punì condannandola a non poter parlare se non interrogata e, nel rispondere, a dover solo ripetere le ultime sillabe della domanda che le fosse stata rivolta. Urlando a gran voce la sua collera, Era si scagliò contro la povera Eco.

“Quella lingua ingannatrice, a partire da ora, non avrà più che un debole potere e della parola farai solo un uso limitato” le urlò.

Da quello momento alla ninfa fu permesso solamente di ripetere le frasi pronunciate da altri. Sgomenta per una così terribile punizione, Eco cercò di chiedere perdono, ma della sua gola non uscì nessun suono. Ammutolita, abbandonò l’Olimpo e ritornò nei boschi, piangendo la sua pena. Due ninfe, vedendola tanto triste, le si avvicinarono per raccontarle le loro storie amorose. Ma Eco, tra le lacrime, poteva ripetere solo quello che esse dicevano.

Triste e solitaria, Eco vagava per i campi pensando alla crudeltà di Era nei suoi confronti, quando all’improvviso una figura apparve davanti a lei: era Narciso.

Quando Eco vide Narciso, se ne innamorò subito perdutamente e, a ogni passo che muoveva il bel cacciatore, gli faceva giungere all’orecchio le ultime sillabe delle parole da lui pronunciate, senza potergli rivelare l’amore che provava per lui.

Un giorno, mentre Narciso si preparava a tendere reti per i cervi, Eco lo seguì desiderosa di rivolgergli la parola; ma come al solito non poteva parlare per prima. A un tratto Narciso, accortosi di esser ormai lontano dai suoi compagni si mise a gridare:

C’è qualcuno qui?”

“Qui” rispose Eco, lasciando Narciso sorpreso perché non vedeva nessuno.

“Vieni”

“Vieni”

“Raggiungimi qua”

“Raggiungimi qua” rispose Eco gioiosamente e balzò fuori dal cespuglio per abbracciare Narciso.

Il ragazzo la respinse in modo brusco e fuggì lasciando la povera Eco che si lamentava con le ultime parole di Narciso. Imbarazzata e disperata, la ninfa si nascose nella vegetazione e si coprì il viso con foglie, affinché non si vedessero le sue lacrime.

Eco, disperata d’averlo perduto, trascorse il resto della sua vita in valli solitarie, gemendo d’amore e rimpianto, continuò a cercarlo inutilmente ovunque, sciogliendosi in lacrime e non prendendo più cibo.

Il dolore e la sofferenza si accanirono sul suo corpo. Eco dimagrisce. Si sciupa. Inutilmente il dio Pan, che l’amava teneramente, si offerse di consolarla, sposandola: essa fu presto ridotta a uno scheletro. Le sue ossa presero l’aspetto delle pietre e lei si trasformò in una roccia. Solamente la voce degli altri, specchiata nella sua gola invisibile, continua a risuonare nell’aria.

Un giorno Narciso mandò in dono una spada ad Aminio, il suo spasimante più acceso, e quest’ultimo si uccise sulla soglia della casa dell’amante, invocando gli dei perché vendicassero la sua morte. Artemide udì quel grido di dolore e fece sì che Narciso si innamorasse senza poter soddisfare la propria passione.

Fu così che a Donacone, nella regione di Tespia, mentre Narciso stava passeggiando si avvicinò a una fonte chiara come l’argento né mai contaminata da armenti, uccelli, belve o rami caduti dagli alberi vicini. Allora, vide riflesso in quello specchio cristallino un viso bellissimo che gli strappò il cuore. Rapito, Narciso sorrise all’immagine e ricevette in cambio un altro sorriso uguale. Fece un segno con la mano e l’acqua gli restituì il gesto.

Sentendosi corrisposto nel suo amore, il giovane tese una mano per toccare il viso amato. Ma l’immagine si dissolse in tanti cerchi concentrici, fuggendo da lui.

L’amore gli veniva al tempo stesso concesso e negato, egli si struggeva per il dolore e insieme godeva del suo tormento, ben sapendo che almeno non avrebbe tradito se stesso.

Ora il bel Narciso conosce la passione non corrisposta. Lacrime amare corrono lungo le sue guance. Con voce rotta, maledice la responsabile della sua sfortuna.

Si ricorda allora della dolce Eco. Conosce e riconosce il dolore della sua solitudine.

Vicino alla fonte, il figlio di Liriope smette di mangiare, di bere e non riesce più a riposare.

Eco, pur non avendo perdonato Narciso, soffriva con lui e l’accompagnò ripetendo le ultime parole che l’amato pronunciò mentre si trafiggeva il petto con una spada. Entrando allora nell’oscurità degli Inferni cadde davanti alla laguna dallo Stigia cercando l’immagine adorata. Dalla terra inzuppata di sangue nacque il narciso bianco dalla corolla rossa, da cui si distilla ora l’unguento balsamico di Cheronea.

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Dai diari del Visconte

4 Giugno 2008 at 2:53 pm (Uncategorized) (, )

valmont

Non ci fu modo di avere notizie che mi consentissero di capire che stava accadendo. Né attraverso Bortolo, né col sottile ricatto carnale attraverso il quale alcune delle serve della Marchesa mi riferiscono di ogni cosa da anni. L’aria non mi piaceva per nulla, il misterioso omicidio del nuovo vicino poi, mi mise in uno stato d’animo che mi indusse a pensare di lasciare Saint Jemais anzitempo. Ma quella stessa notte, ben dopo l’ora dei rimpianti, sentii nel corridoio un fruscio a me familiare. Dalla libreria che fiancheggiava l’ingresso della mia stanza nell’ala est, sentii smuovere un libro dietro il quale sapevo riposta una copia della chiave della mia stanza e non ebbi più dubbi. La Marchesa entrò solenne e furtiva allo stesso tempo.

La candela che reggeva in mano le illuminava solo parzialmente il volto. Giunta all’altezza del mio cuscino vi soffiò sopra e la ripose. Scivolò tra le lenzuola di lino cercando di catturarne il calore. Cominciò silenzioso quel gioco di darsi e negarsi che ci rende così complici e complementari. Fin quando la febbre sua più tipica non iniziò a farla sempre più avida, esigente e autoritaria. Fu allora che mentre mi era sopra mi afferrò il viso con una forza che non le riconoscevo. La tenue luce lunare mi faceva intravedere l’intensità dell’espressione con la quale mi fissava nella semioscurità. Era furente e disperata al tempo stesso, ma morbidamente, con calma aprì le labbra esitando… poi con un filo di voce: Che succede Valmont. Che ci accade? Io rimasi interdetto. Non sapevo che dire. Finora era stato il suo comportamento a destare i miei sospetti e ora lei chiedeva a me giustificazioni. Prese a serrarmi il viso con ancora più fermezza… Ditemi che non è come mi dicono, ditemi che si stanno prendendo gioco di voi e di me… e se non volete dirmelo fatemelo capire, lo pretendo! Con le gambe mi stringeva il costato e sentii che contraeva i muscoli del sesso. La guardavo intensamente, fissa negli occhi mentre mi muovevo dentro di lei lentamente, con forza e intensità. Lei si lasciò un po’ andare, poi abbandonandosi sempre di più disse: Si, si, lo sapevo Visconte… siamo vittime di un raggiro. Qualcuno ci vuole male… avrà ciò che merita.

Dal diario del Visconte di Valmont

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Omaggi

4 Giugno 2008 at 2:43 pm (Uncategorized) (, )

buzzati

«Ogni dolore viene scritto su lastre di una sostanza misteriosa al paragone della quale il granito è burro. E non basta un’eternità a cancellarlo.»
Dino Buzzati

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